Ricordo molto distintamente un momento della mia vita, quando ero piccola. Non saprei dire esattamente quanti anni avessi, ma ricordo bene la scena.
Stavamo guardando il telegiornale con i miei genitori, come si faceva ogni sera prima di cena. Le notizie erano sempre un susseguirsi di catastrofi, guerre (in quel periodo ce n’erano veramente tante, anche se non ricordo esattamente quali) e sciagure di ogni tipo.
A un certo punto trasmisero un servizio, se non ricordo male, su uno dei primi trapianti di cuore in Italia. Era un intervento che aveva salvato la vita di una persona, ma aveva richiesto uno sforzo enorme: un’operazione complicata, molto lunga e, per quegli anni, ancora eccezionale.
Ascoltata la notizia, chiesi a mio padre (ricordo bene le parole):
«Papà, ma hanno fatto tutto questo per una persona sola?»
Lui mi rispose:
«Sì, certo. Per salvare la vita di quella persona».
Ricordo benissimo la sensazione di incongruenza con cui lo guardai e gli dissi:
«Ma perché fare tutta questa fatica per una persona, quando ogni giorno in guerra se ne ammazzano a centinaia?»
La mia non era una domanda provocatoria. E non era neppure una domanda nata da una ferita. Era proprio il risultato di un’abitudine: nella mia testa esisteva una vera incongruenza tra tutte quelle persone che morivano ogni giorno, diventate ormai una presenza abituale nel mio cervello, e lo sforzo immenso compiuto per salvarne una sola.

Quell’immagine mi è rimasta fissata nella mente perché da lì cominciò una riflessione.
Io sapevo bene che perdere qualcosa o qualcuno poteva provocare un dolore immenso. Quando era morto il mio gatto avevo sofferto tantissimo. Quindi il mio non era apatia o distacco dalla sofferenza.
Ma mi resi conto, in quel momento, e poi sempre di più negli anni, che quando non dai un volto al dolore è molto più facile essere crudeli.
Tutta questa premessa per raccontarvi che sono stata al Museo della Memoria e dei Diritti Umani di Santiago del Cile.

Sappiamo tutti quale abominio abbia attraversato il popolo cileno durante la dittatura di Augusto Pinochet. Conosciamo la tragedia dei desaparecidos, delle persone torturate, assassinate o fatte sparire. Ma dentro questo museo hanno fatto qualcosa di strettamente legato a ciò che ho appena raccontato.
Ci sono moltissimi dati storici, documenti e testimonianze. Ci sono dettagli che descrivono ciò che è accaduto, spiegano la storia e ricostruiscono gli eventi.

Ma proprio al centro del museo, e tutto torna e ruota intorno a quel centro, c’è un’enorme parete composta da migliaia di fotografie.

Salendo al primo piano si trova un computer rivolto verso quella parete, che riproduce sullo schermo gli stessi volti appesi al muro. Interagendo con lo schermo puoi aprire le singole fotografie, ingrandirle e cliccarci sopra.
A ogni volto viene associato un nome, una piccola storia, il motivo per cui quella persona è stata uccisa o fatta sparire.
E poi puoi compiere un gesto piccolissimo: accendere una candela virtuale, che rimarrà accesa per quindici minuti per quella persona.
Ecco, è in quel momento che dai un volto al dolore.
Dai un volto a qualcuno che è stato vivo e adesso non lo è più. E trasformi ciò che fino a poco prima era un dolore collettivo in un dolore anche tuo.
Perché, nel momento in cui dai un volto a qualcuno che ha sofferto, quella sofferenza non rimane più fuori di te.
Entra dentro di te.
Se avete in programma un viaggio a Santiago del Cile, prendete la linea 5 della metro e venite a visitare questo museo.

Qualche informazione pratica sul museo de la Memoria di Santiago
Il Museo de la Memoria y los Derechos Humanos è nato per conservare e rendere visibili le testimonianze delle violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato cileno tra l’11 settembre 1973 e il 10 marzo 1990, durante la dittatura militare. È stato inaugurato nel gennaio 2010 dalla presidente Michelle Bachelet, anche in risposta alle richieste delle associazioni delle vittime e dei loro familiari. Qui potete leggere qualcosa in più sulla Storia ufficiale del museo
Anche l’architettura del museo ha un valore simbolico: progettato da Mario Figueroa, Lucas Fehr e Carlos Dias di Estudio América, appare come un grande corpo sospeso sopra la piazza, il peso della memoria che incombe sul presente. Il Vetro simboleggia la trasparenza della democrazia e il rame, una delle risorse economiche principali del paese. Architettura del museo
- Indirizzo: Matucana 501, Santiago del Cile
- Come arrivare: metropolitana Linea 5, fermata Quinta Normal, collegata direttamente al museo
- Orari: da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 18:00; ultimo ingresso alle 17:30
- Ingresso: gratuito, secondo l’ordine di arrivo
- Chiuso: lunedì, 1° gennaio, 1° maggio, 18 e 19 settembre, 25 dicembre
Ulteriori info le trovate sul sito ufficiale del museo.
